|RESIDENT EVIL 7 BIOHAZARD| - Recensione -

Un tributo a Tobe Hopper.

Videogiochi

14 Gennaio 2019


Ricordo che anni fa guardavo con un po’ di invidia i miei compagni del liceo divertirsi con i primi episodi di Resident Evil: il secondo capitolo in particolare mi aveva conquistato, ma giocando su PC mi ero limitato a qualche sessione sulla Playstation di amici. Ho poi seguito l’evoluzione della serie con una certa freddezza, ma all’annuncio di Resident Evil 7 Biohazard è scattato qualcosa che mi ha convinto a tenerlo d’occhio ed a farlo mio ai primi ragionevoli saldi di Steam.

Lanciando il gioco appare subito evidente quanto il progetto tenti quel ritorno alle origini che la fanbase chiedeva da anni a gran voce. Si tratta tuttavia di un rispolvero delle sole meccaniche di gioco perchè le atmosfere ci portano, a mio avviso, più dalle parti di un “Alone in the Dark” o di un “Silent Hill”, scelta assolutamente positiva per chi scrive, ormai saturo di zombie e affini. Con RE7 Biohazard volevo infatti giocare ad un survival horror moderno, in grado di strizzare l’occhio al passato, con una grande narrazione ed una superba direzione artistica ispirata dalla mia cinematografia horror preferita. Sono stato accontentato, seppur con qualche riserva.

Nel gioco vestiremo i panni del nuovo protagonista della serie Ethan Winter che scopriremo essere sulle tracce della moglie scomparsa qualche anno prima ed ora apparentemente viva e vegeta nel Bayou della Louisiana. Ethan verrà invitato tramite un video messaggio a raggiungerla e, giunto sul posto nella sperduta ed inquietante magione dei Baker, verrà catapultato in un incubo dal quale dovrete aiutarlo a fuggire con tutti i risvolti di una storia incredibile ed assai malata. E’ difficile dire di più senza incappare in qualche spoiler, le influenze principali arrivano da quel “The Texas Chainsaw Massacre” di Hopper che tanto ha dato alla storia del cinema horror: Re7 Biohazard ne è pregno sotto ogni punto di vista, ma non mancano anche omaggi a “Ghostship” di Beck, “The Ring” di Verbinski, “Vacancy” di Antal, “The Blair Witch Project” di Myrick/Sanchev e “Saw, l’enigmista” di Wan. Ecco, provate a frullare tutto questo immaginario cinematografico con stile ed un tocco di personalità ed  avrete un discreto sommario di narrazione e sceneggiatura del nuovo gioco Capcom.

Se escludiamo alcune parti eccessivamente simili ad un film interattivo ed una certa ridondanza nella seconda parte dell’avventura, anche il gameplay risulta promosso a pieni voti. Il tanto discusso passaggio alla visuale in prima persona si rivela al contrario l’arma vincente per aumentare la tensione e l’esperienza visiva acquisisce un taglio cinematografico ben supportato dall’uso di camere e profondità di campo. Le meccaniche di gioco rimangono fedeli a quelle che hanno fatto la fortuna del franchise originale: troverete le safe zones con baule in cui conservare gli oggetti, i registratori per i salvataggi, un armamentario classico con le solite scarse munizioni da centellinare, chiavi da recuperare, oggetti da combinare ed enigmi da risolvere. Il dna del gioco è dunque prettamente survival con qualche parentesi stealth: dovrete riuscire a sopravvivere arrangiandovi con ciò che trovate, evitando quanto possibile lo scontro e sfruttando a vostro vantaggio l’ambiente circostante. Pur non essendo il fulcro dell’esperienza, il combat system è basato su di un sistema di danni localizzati ben bilanciato, abbastanza old school per non abusare di quick time events e vario il giusto per non ingessare il giocatore nelle stesse dinamiche.

Artisticamente il gioco è un gioiello, la direzione artistica è di assoluto rilievo con una fotografia da oscar ed una ricerca certosina del dettaglio. Ottimo ed ispirato il character design seppur non eccessivamente vario, ma è nelle ambientazioni che il gioco ha il suo punto di forza: per chi come me ha visitato e giocato da bambino in casolari abbandonati, RE7 Biozard risveglierà paure ed inquietudini primordiali. Il realismo è impressionante tanto che in più di un’occasione mi è tornato alla mente il prototipo “P.T” di Kojima ed in effetti, a girare per la casa dei Baker, viene più di una volta il sospetto che Capcom abbia raccolto parte di quell’ispirazione nel processo creativo.

Tecnicamente è a tratti presente una certa pastosità dell’immagine dovuta a textures non sempre all’altezza, inoltre l’uso massiccio di effettistica a schermo influenza le performances di gioco ed occorre smanettare un po’ con le opzioni grafiche per ottenere una fluidità accettabile anche su PC con una buona configurazione hardware.

Al giusto compromesso tecnico, è comunque difficile restare indifferenti alla cura mostrata dagli sviluppatori nella ricostruzione dei livelli di gioco che sembrano non ripetersi mai offrendo sempre qualcosa di nuovo nonostante quasi tutti gli eventi si svolgano in un’area ristretta e venga fatto un riuso massiccio degli elementi di scena. Il merito è anche di un level design incredibile che eccelle nelle sequenze in interno, claustrofobiche e ripugnanti al punto giusto e mostra il fianco solo nelle sequenze in esterno non sempre particolarmente ispirate.

La componente audio, da fruire rigorosamente in cuffia, è sicuramente all’altezza, ma il doppiaggio non può permettersi alcun tipo di compromesso ed il mio consiglio è quello di giocare in inglese senza sottotitoli: il gioco ne guadagnerà parecchio rispetto alla pur discreta localizzazione in italiano.

RE7 Biohazard è decisamente un colpo a segno da parte di Capcom, una ventata d’aria fresca nel panorama dei survival horror in cui direzione artistica e narrazione raggiungono vette altissime ed il gameplay risulta divertente, sufficientemente vario e ben bilanciato: peccato per qualche punto di domanda di troppo nella conclusione e per una certa forzatura nel rapporto fra i protagonisti, a tratti irritante.

Per chi cercasse maggiore ritmo ed allineamento agli ultimi capitoli della serie di Capcom, è giusto sottolineare nuovamente quanto RE7 Biohazard sia un prodotto che punta più ai sensi ed alle suggestioni che non all’azione ed alla frenesia, ma che tutti i giocatori appassionati di cinema e videogiochi horror, specie quelli un po’ nostalgici come il sottoscritto, non possono assolutamente perdersi. E’ un peccato che ad oggi la scarsa ottimizzazione renda necessario qualche compromesso, ma considerando l’evoluzione hardware, RE7 Biohazard invecchierà e migliorerà come il vino mantenendo inalterata la propria essenza di survival horror d’autore.


VOTO 77/100